La notizia, diffusa dalla giunta regionale, è stata accompagnata da una rassicurazione: i dati raccolti grazie alla collaborazione con le principali compagnie telefoniche sono in forma aggregata e anonima. Servono a visualizzare i flussi di persone, non a monitorare i singoli.

Nel resto del mondo, però, non mancano i Paesi che nella lotta al virus stanno impiegando sistemi di sorveglianza invasivi, mettendo a rischio il delicato equilibrio tra privacy e diritto alla salute. L’ultimo è il caso di Israele, dove nel fine settimana il premier ad interim Benjamin Netanyahu ha dato il via libera allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, per tracciare i cellulari, attraverso una tecnologia utilizzata finora dall’antiterrorismo. L’obiettivo è monitorare i movimenti e i contatti sociali dei contagiati e dei presunti tali. I primi messaggi, firmati dal ministero della Salute, sono già partiti: i destinatari vengono avvertiti via sms di essersi trovati vicino a una persona positiva (senza riferirne il nome) in una certa data, e vengono invitati a mettersi immediatamente in quarantena per 14 giorni. La modalità non ha però convinto tutti: due Ong hanno fatto ricorso alla Corte suprema denunciando non solo una presunta lesione dei diritti civili dei cittadini, monitorati senza consenso, ma anche il fatto che il provvedimento sia stato approvato dal governo con una procedura d’emergenza senza passare dal Parlamento.

Uno degli esperimenti su più larga scala è quello della Corea del Sud, all’inizio dell’emergenza il secondo Paese per contagi dopo la Cina. Le autorità di Seul hanno cominciato a tenere traccia degli spostamenti delle persone affette da Covid-19 attraverso quanto avevano a disposizione: il Gps del telefono, i pagamenti con carta di credito, le telecamere di sicurezza. Le informazioni dettagliate sui luoghi visitati dai contagiati, per esempio un bar o un hotel, vengono pubblicate su un portale apposito e inviate anche via sms agli abitanti della zona. Come ha ricostruito il Washington Post, lo scorso 20 febbraio nella città di Daejeon oltre un milione di cellulari hanno ricevuto contemporaneamente lo stesso avviso in cui si spiegava che una persona positiva al coronavirus aveva visitato un certo karaoke nel quartiere di Jayang-dong alla mezzanotte. Un aspetto controverso della vicenda è il fatto che questi dati vengano integrati con l’età e il sesso del diretto interessato. È quanto accade, in scala più piccola, anche a Singapore, dove le autorità locali hanno messo online un sito in cui vengono elencati età, sesso, occupazione e ultimi luoghi visitati dai pazienti affetti dalla patologia. Chi ha invece fatto subito marcia indietro è l’Iran, che a inizio marzo aveva invitato i connazionali a scaricare un’app che avrebbe dovuto aiutarli a capire se fossero o meno a rischio contagio: sollevati alcuni dubbi in fatto di privacy, l’app è stata ritirata e il ministro della Salute l’ha sconfessata.

Ancora diverso è il caso della Cina, dove la popolazione ha già familiarità con i sistemi di sorveglianza di massa. Tuttavia ha fatto parlare di sé il software sviluppato da una controllata del gigante dell’e-commerce Alibaba insieme al regime di Pechino: a seconda della probabilità di essere stato infettato, il sistema assegna a ciascun cittadino un colore – verde, giallo o rosso – che ne determina la libertà di movimento e la necessità di mettersi in autoquarantena.

A Occidente si guarda a metodi più soft, non solo in Lombardia. Negli Stati Uniti la Casa Bianca e i suoi esperti sanitari si stanno confrontando, tra gli altri, con Google e Facebook sulla possibilità di usare la geolocalizzazione degli smartphone per mappare l’epidemia e verificare se siano mantenute le distanze di sicurezza. Le informazioni, come nel caso lombardo, sarebbero aggregate e anonime.