Coronavirus, app Immuni: cosa sappiamo del sistema di contact tracing

L’app Immuni, individuata dal governo come soluzione per il tracciamento dei contagiati dal Covid-19, sarebbe dovuta essere una delle grandi novità della fase 2. Ma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non l’ha menzionata nella conferenza serale del 26 aprile, durante la quale ha annunciato il nuovo Dpcm per la fase 2 dell’emergenza coronavirus. Eppure, appena la settimana scorsa, il presidente del Consiglio ne annunciava il futuro utilizzo nelle informative tenute al Senato e alla Camera dei Deputati. Progetto accantonato? Assolutamente no.

La situazione – L’ordinanza firmata lo scorso 16 aprile dal commissario straordinario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri, con cui il governo ufficializzava la scelta dell’applicazione per il contact tracing, sarà applicata. Ma Immuni, sistema ideato dall’azienda milanese Bending Spoons, in collaborazione con il centro medico Santagostino, suscita ancora qualche discussione. Il governo, gli esperti e la task force guidata da Vittorio Colao si stanno probabilmente interrogando sulla questione del rispetto della privacy e dell’obbligatorietà di iscrizione all’app. Nelle sue informative al Parlamento, Conte aveva escluso quest’ultima ipotesi, aggiungendo che non sarebbero previsti nemmeno vincoli o limiti particolari, come un freno agli spostamenti, per chi non la volesse scaricare. Una scelta che però cozza con la necessità che almeno il 60% degli italiani si iscriva alla piattaforma per renderla utile nella mappatura della diffusione del virus.

Giuseppe Conte

Il funzionamento – Per quanto concerne il fattore privacy, sono arrivate rassicurazioni su come funzionerà l’app. Nessuna geolocalizzazione via GPS, ma un sistema decentralizzato, messo a punto da Apple e Google, che utilizzerà la tecnologia bluetooth e in cui ogni telefono conserverà solo i codici degli utenti con cui è entrato in contatto. Come? Tutti gli iscritti riceveranno un codice identificativo, cifrato e anonimo, che sarà individuabile e memorizzato dai cellulari, con bluetooth ovviamente accesso e app scaricata, delle persone con cui ci si troverà a una determinata distanza. Nell’app ci sarà anche uno spazio riservato al proprio quadro clinico, in cui ognuno dovrà dichiarare l’eventuale positività al coronavirus. Nel caso in cui si dovesse riscontrare un soggetto positivo, l’app invierà una segnalazione a tutti i dispositivi entrati in contatto con il codice della persona colpita dal Covid-19. In questa maniera, si potranno prendere le dovute precauzioni, anche prima di eventuali sintomi, mettendosi in isolamento domiciliare, azzerando le uscite e avvertendo il proprio medico curante. Ogni persona saprà il codice del positivo, ma non la sua identità. I dati dovrebbero essere gestiti da un unico cloud italiano, Sogei, Società Generale d’Informatica con sede a Roma, e a disposizione soltanto delle autorità sanitarie. Il lavoro dall’app non dovrà rimanere isolato, ma accompagnato da un efficiente funzionamento della macchina sanitaria: «Se non si fanno i tamponi immediatamente dopo aver individuato gli infetti, la app è inutile», ha dichiarato il Garante della Privacy, Antonello Soro, a corrierecomunicazioni.it.

L’esempio australiano – All’estero, soprattutto nei Paesi asiatici, il contact tracing ha prodotto risultati positivi. L’ultimo esempio viene invece dall’Australia, dove il governo ha lanciato il 26 aprile l’app COVIDsafe, ottenendo già oltre un milione di download. In alcuni sondaggi gli australiani si erano detti convinti della necessità del software, ragion per cui l’esecutivo crede di poter raggiungere senza problemi la percentuale di iscrizioni richiesta affinché il sistema riesca ad essere funzionale. L’applicazione, il cui server è gestito da Amazon, registra i contatti delle persone, sempre attraverso bluetooth, con cui si è in contatto per oltre 15 minuti ed entro una distanza di 1,5 metri. In Italia l’applicazione è attesa invece nelle prime settimane di maggio ed è probabile che il governo chieda anche un voto in Parlamento per la sua approvazione.

«Bambini dipendenti dagli iPhone» Azionisti di Apple contro la società

Controllano azioni di Apple per circa due miliardi di dollari e hanno deciso di scrivere una lettera aperta all’azienda di Cupertino – già scossa dalle polemiche per il rallentamento volontario delle batterie – per denunciare il rischio di dipendenza da iPhone nei bambini. I fondi Jana Partners e Calstrs sembrano avere più a cuore la salute dei consumatori – soprattutto quelli più piccoli, i cosiddetti “iGen”, in italiano la Generazione Z (nati dal 1997 al 2010) che usa internet fin dalla nascita – rispetto ai propri investimenti. O quantomeno le cose vanno di pari passo: «Le potenziali conseguenze a lungo termine delle nuove tecnologie devono essere prese in considerazione all’inizio e nessuna azienda può esternalizzare questa responsabilità – si legge nella lettera – Apple può svolgere un ruolo determinante nel segnalare al settore che prestare particolare attenzione alla salute e allo sviluppo della prossima generazione è sia un buon affare che la cosa giusta da fare».

Gli effetti della dipendenza – Non è il primo allarme sulla salute dei bambini ricevuto dal colosso tecnologico. Ma se a lanciarlo sono due azionisti che in Apple e nei suoi smartphone hanno investito e continuano a farlo, allora il rumore c’è. Jana Partners è un investitore attivista di New York, Calstrs è il fondo pensioni degli insegnanti della California (California State Teachers’ Retirement System). Nella loro lettera si parla di «effetti collaterali negativi indesiderati» e di «una questione di salute pubblica». Nello specifico, è citato uno studio dell’University of Alberta secondo cui due terzi degli insegnanti che hanno partecipato al sondaggio notano maggior distrazione degli studenti in aula a causa degli smartphone. Per il 75% dei professori le abilità tradizionali dei ragazzi stanno sfumando e il 90% vede difficoltà emotive e sociali negli alunni. Chi spende almeno cinque ore allo smartphone ogni giorno dorme meno di sette ore a notte e ci sono addirittura rischi di depressione o suicidio.

Le proposte degli azionisti – Un comitato di esperti per studiare ulteriormente l’interazione tra tecnologia e sviluppo infantile, un nuovo software con cui si possano impostare limiti relativi all’età, una funzione di monitoraggio da parte dei genitori e relazioni annuali sul problema dipendenza da parte dell’azienda: sono queste le richieste dei due fondi. Ma la questione è anche economica: così facendo «Apple ricoprirebbe ancora una volta un ruolo pioneristico, stavolta dando un esempio degli obblighi delle aziende tecnologiche verso i propri clienti più piccoli». E ancora: «Riteniamo che affrontare questo problema aumenterà il valore a lungo termine per tutti gli azionisti». In breve: Apple, ascoltaci, dotandoti di responsabilità sociale agli occhi del mondo puoi fare ancora più soldi.

Non è l’unica grana per Apple – Di certo al momento non è una bella pubblicità per Apple, la cui immagine è già stata macchiata sotto Natale dall’ammissione dell’azienda di Tim Cook di aver rallentato le batterie di alcuni vecchi iPhone. Il motivo ufficiale è che il rallentamento fosse funzionale a spalmare su un arco di tempo più lungo la vita della batteria, ma molti clienti vi hanno visto un incentivo per portare il pubblico all’acquisto di un modello più recente dello smartphone. E quindi a pagare. Questo comportamento si chiama obsolescenza programmata e in Francia è vietato per legge dal 2015. Per questo il 5 gennaio 2018 la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare contro Apple dopo la denuncia di un’associazione chiamata “Stop all’obsolescenza programmata”.